assemblea permanente

ASSEMBLEA PERMANENTE è una bacheca aperta. Se vuoi proporre il tuo punto di vista, riguardante i temi qui sollevati (in senso molto ampio), manda una mail a giaccone.franti@gmail.com Prima di pubblicarlo ti chiederò il permesso e verrà sostituito, ovvero andrà al fondo della pagina ASSEMBLEA PERMANENTE, non appena un nuovo articolo verrà recapitato.

contenuti: 1 STEFANO GIACCONE Monolite 1, Monolite 2 (2020)

2 ARNALDO PONTIS Approdo 04: La filosofia del Fuoco (2015)

3 “Collectif Malgré Tout” France & “Collettivo Malgrado Tutto” Italia Piccolo Manifesto in tempi di pandemia (Marzo 2020)

4 from PAUL COTTINGTON aka DJ Pablo (Dicembre 2020)

mono1STEFANO GIACCONE: Monolite 1: Dimenticare.

 “Immaginate l’esempio estremo, un uomo che non possedesse per nulla la forza di dimenticare, che fosse condannato a vedere dappertutto un divenire: un uomo simile non crederebbe più al suo stesso essere, non crederebbe più a sé, vedrebbe scorrere l’una dall’altra tutte le cose in punti mossi e si perderebbe in questo fiume del divenire… Per ogni agire ci vuole oblio come per la vita di ogni essere organico ci vuole non soltanto luce, ma anche oscurità”. Fredrik Nietzche

      Il passato è solo ciò che, passando, abbiamo lasciato alle spalle.

      La memoria invece è il luogo dell’umano, è il sentiero. E’ il suono, letteralmente, della tua voce. Qualche giorno prima di morire, mia madre svegliandosi  di soprassalto, aveva chiesto “sono ancora viva?”. Non credo che la domanda fosse veramente rivolta a qualcuno in particolare. Era lei stessa che se lo chiedeva, usando per una delle ultime volte il Suono della sua voce, come guida sul sentiero. Poiché la memoria della tua voce è l’essenza della tua vita, la memoria è il luogo dell’umano.

Ma l’umano non è la specie

L’umano avanza dentro la memoria, la specie avanza nella possibilità rigeneratrice della dimenticanza.

Molti secoli fa, per vari motivi, ci sono stati anni, decenni, generazioni senza pestilenze, senza guerre o in misura minore, cosicchè una parte degli uomini che vivevano allora ha avuto un po’ più di tempo per osservare, per pensare. La conoscenza è diventata scienza, ovvero stessi risultati ottenuti ripetendo esperienze nelle stesse condizioni. La scienza è diventata un potere, sulla natura e gli uomini.

Una parte della specie, ha costruito una macchina. Ha assoggetato tutto e tutti al funzionamento della macchina. La macchina che abbiamo chiamato scienza, tecnica, automatismo. La macchina che ci avrebbe portato altrove, più avanti rispetto alle macchine che avevamo avuto fino a quel momento: la prima, la Natura, misteriosa, abbondante ma anche traditrice; e la seconda, la macchina-dio. Un dio che non stava più sull olimpo, ma che stava in mezzo agli uomini, alle sue costruzioni piu o meno rudimentali. Gesù, dio fatto uomo, ucciso dagli uomini  come sublimazione del rituale arcaico dell’uccisione, della punizione, del cannibalismo.

La legge di natura, la legge di dio, la legge degli uomini, gli uomini che hanno costruito la macchina, la scienza, la tecnica. Il luogo della memoria come ente ontologico.

Ciò che ha contraddistinto tutte le epoche è una caratteristica ricorrente, quella di dimenticare. Questa è la vera forza, il vero motore della ns specie. Non è la memoria

Se la specie non dimentica, non può avanzare. Avanzare non è superare, non è la sintesi di alcuna dialettica, non è trascrivere, conservare la memoria. E’ il contrario. I clan barbarici del nord europa, una volta sfruttata fino in fondo un’area, sotto la pressione demografica o delle malattie, avanzano per generazioni massacrando tutto ciò che trovavano di fronte, uomini, donne, chiese, campi arati. Proprio come una squadra di rugby. I barbari sono stati gli ultimi ad abbandonare la tradizione orale perché, bravissimi nell’organizzare invasioni, guerre, la preparazione della birra, non si occupavano troppo della memoria, della matematica, dell’archivio. Attività che necessita della scrittura. Bravi con la clava, molto meno con la penna. Per inciso la birra invita al sonno, il vino invece alla conversazione. Il vino infatti, nell’antichità era sempre miscelato con l’acqua, salvo specifici momenti rituali.

Alcuni popoli barbarici, che chiamiamo gli Angli e i Sassoni, ovvero i barbari della Britannia, sono quelli che hanno conquistato il centro dell’europa e che hanno dato vita al più grande impero mai visto sul pianeta, quello britannico appunto. La loro attitudine  clanica (e NON nazionale, nemmeno durante il loro impero) li ha poi spinti ancora a nord, verso continenti prima sconosciuti, le americhe, sterminando tutto e tutti. Sterminandosi anche tra di loro. Vedi guerra civile americana, la prima guerra moderna. L’inizio del prossimo avanzamento, l’ultimo terrestre, è stato già segnato: il 21 luglio 1969, allunaggio di Apollo 11.

Dimenticare non è negare il passato, dimenticare è l’oblio, dimenticare è espellere dalla mente il passato perché attraverso quel processo si crea uno spazio di attesa per il futuro, non occupato, non pre-occupato. Dimenticare è cavare un tumore con un coltello rovente, atto talmente doloroso da lasciare un vuoto organico nella memorazione. Se io non dimentico la siccità, la carestia che ne è seguita, la morte di tutti i miei figli, io non posso avere spazio per il prossimo raccolto, per il futuro. Se la ns specie non avesse dimenticato la peste poche ore dopo la sua (temporanea) scomparsa, come avviene nelle ultime pagine del libro omonimo di Camus, non saremmo diventati quello che siamo. La sospensione della memoria è il motore salvifico della specie. Questo processo nella mitologia avveniva bevendo l’acqua del fiume Lete (vedi Platone, Dante Alighieri ecc ecc). Dimenticare, purificarsi.

La memoria è il percorso. E’ il sentiero che ognuno di noi più o meno sceglie o che si ritrova a percorrere. Memoria e sentiero sono la stessa cosa. La memoria è quel sentiero, lo percorri, lo scegli, lo scarti, lo incendi, lo riempi di giardini, costruzioni, impedimenti, barriere, frontiere.  Lo percorri nella memorazione di ciò che ti è stato passato, che hai conosciuto dagli altri attorno. Noi osserviamo gli altri, da subito, inerpicarsi sul loro sentiero e capiamo che quello sarà anche il ns destino, il ns compito. Ma la motivazione del salire ogni giorno, risiede nel fatto che dormiamo ogni notte, che chiediamo all’oscurità riparo dalla verità della morte.

Dimentichiamo quanto sia futile tutto questo salire e salire: tutto quanto, tutto è gia stato fatto, ripetuto e il finale è arci-noto. E’ questo dimenticare che ci spinge a proseguire, non è la memoria. La memoria è il sentiero, è solidale con il sentiero, il cammino.  La memoria è un atto innescato dal dimenticare, dall oblio.

Morire, dormire …
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne       Amleto.

Partiro e s’affrontaro a quella gente,
Che, lunge dal voler la vita loro,
Il dolce loto a savorar lor porse.                                                                                                                           Chiunque l’esca dilettosa e nuova
Gustato avea, con le novelle indietro
Non bramava tornar: colà bramava
Starsi, e, mangiando del soave loto,
La contrada natia sbandir dal petto.        Omero

Dimenticare i propri compiti o doveri è cio che fa Ulisse: egli prosegue sul suo sentiero quasi come un automa guidato dall intuizione, dall inganno. Non dalla storia.        La macchina che abbiamo messo in piedi 300 anni fa ci ha illuso (peraltro, tutte le macchinazioni sono, per definizione, illusorie), abbiamo creduto che fosse la fonte della felicità. Non perché ti allunga la vita, una merce che in quanto merce è sempre commerciabile, ma perchè ti fa dimenticare proprio ciò che la memoria ti ricorda, ovvero quello che nemmeno la macchina può fare: darti l’oblio completo e costante sulla impossibilità della scienza, della medicina di esimerti dal morire.

Il fattore che cambia tutto, in modo che ancora non capiamo, è che questa macchina contemporanea, che da adesso definisco capitalismo, ha trasformato la memoria in un ente ontologico: al di là di noi, al di fuori di noi, esso si staglia come un monolite.

La macchina non sa dimenticare, è l’essenza della memoria stessa. Ma la memoria senza dimenticanza non è umana, infatti non lo è. Sinonimo di dimenticare è s-cordare, ovvero perdere il tono giusto per accordarsi con il Mondo degli uomini. La Memoria della macchina,  registra,  registra, registra ogni singola onda che si abbatte sulla battigia. Per noi le onde sono la memorazione di un fatto che si ripete e sul quale possiamo soffermarci e magari commentare, scrivendo una poesia o dipingendo un quadro. E’ l’oblio che ci fa scendere ancora una volta al mare.   Oggi che come individualità socializzate non abbiamo più compiti, né lavori da fare abbiamo delegato alla macchina di ricordare tutto e al contempo siamo stati s-cordati dalla macchina, per la quale l’umano è sempre e solo passato. La specie non ha più il lavoro di tras-formare il mondo, anzi lo ha fatto a tal punto da de-formarlo. Non poteva che essere cosi tra l’altro,  in quanto necessario al nostro avanzamento.        Altro compito era di procreare e occupare nuova terra e anche questo è stato fatto. La famgilia degli uomini, la famiglia di dio, la famiglia degli italiani sono tutte costruzioni che appartengono a mondi macchinali precedenti e obsoleti, quali la natura e dio.                                        Appentiene a questa macchina contemporanea, il capitalismo, la possibilità di ripetere processi all infinito, poiché costituita dalla gestione della nostra memoria, . modulata ora da calcoli algoritmitci, il nuovo ritmo. Definizione di algoritmo: Calcoli con informazioni non-ambigue. Escludendo l’ambiguità si esclude la natura profonda dell’umano, ma la specie avanza.     

Le discrepanze che pure si manifestano ancora, ad esempio l’acqua alta a Venezia o lo Tsunami del 2004 ci permettono di baloccarci un altro po’ con l’idea che “la natura è imprevedibile, non si può conoscere fino in fondo” ma non è così. La natura non è stata dimenticata dagli umani a sufficienza, anzi la sua presenza fantasmatica è continuamente memorizzata e ripetuta. La conoscenza umana è oggi s-cordata, infatti la natura si conosceva meglio mille anni fa. Talmente bene che la Venezia Turistica che conosciamo venne eretta in un luogo orrendo, per sfuggire ai barbari, ancora loro. E il 70% dei morti nello tsunami nelle località turistiche (quasi centomila persone) era gente locale che lavorava negli alberghi costruiti dai bianchi lungo spiagge dove i locali non si erano mai sognati di costruire villaggi e città.

Non ci siamo affidati noi alla macchina ma è la macchina che ha preso il centro della scena perché essa detiene tutta la nostra memoria e senza la macchina non possiamo né vivere né morire, ovvero dimenticare e rinascere.

Perchè non dimentichiamo più. Ora ricordiamo tutto, registriamo tutto e pensiamo che questo serva a sapere cosa fare,  entriamo in battaglie che sono sovra-umane perché sono fatte di memoria.  

Combattiamo un virus con dei modelli matematici e non c’è nessun criterio, etica, senso, direzione che ci aiuti a dire “questo va bene e questo non va bene”. E ora tutti ci affanniamo a maledire i governi che hanno tagliato la Sanità, anche quelli, la più parte che ha plaudito l’acquisto di cacciabombardieri e la TAV. Se potessero si butterebbero per la strada a dar l’assalto al potere, a mani nude, per salvare il proprio padre, figlio o sé stessi. E in questi anni alcuni, pochissimi, lo hanno fatto. Tutto questo è umano, ma la specie dell’umano se ne fotte,    La macchina, la tecnica non ha etica: la macchina deve solo funzionare, solo imprimere movimenti atti a farla tornare ad uno stato di quiete. Quiete non è l’oblio, non è dimenticare, la macchina non può dimenticare, è fatta di memoria, vive e assorbe l’intera memoria, la rimodella per creare altri dati.  Il solo gesto umano, con un senso precisamente umano, in questi giorni è stato quello di Papa Francesco che nella Chiesa di San Marcello implorava dio di far cessare la pandemia. Tutti gli altri sono gesti macchinali, di risposta di specie, assimilabili a un banco di pesci, un gruppo polarizzato, dove l’individuo si muove all’unisono con gli altri per dimimuire le perdite oppure al gregge, che minimizza il pericolo, per sé stesso, lasciando che il componente più debole o sfigato venga catturato.

Cosa salva il gruppo di antilopi, la specie antilope? Cosa la fa avanzare, limitatamente alla sua realtà biologica, nella savana, stagione dopo stagione, da milioni di anni? Il dimenticare. Ieri siamo scappati dai leoni e domani scapperemo ancora ma ogni giorno è un film nuovo, una fuga nuova perché la fuga di ieri non ha lasciato traccia. La specie ha dimenticato.   Istinto di sopravvivenza, si diceva una volta, che hanno tutte le specie tranne la nostra, che ha dovuto, in cambio dello strumento primo del suo avanzamento, ovvero il linguaggio, costruire un mondo dove la consapevolezza della fine richiedeva macchinazioni via via più sofisticate, fino a scaricare nella macchina-capitalismo, l’illusione dell’eterna salvezza.     Boris Johnson, Salvini, Conte, Lagarde, Macron, Trump sono inumani? No,  sono post-umani. Sono elementi-giullari della macchina, creata all interno del suo “corpo masticatore” per prendere tempo, trovare la strategia conservativa del sistema più efficace. Strategia che non ha alcuna finalità etica, politica, filosofica né tanto meno biologica.

Il potere vuole solo sopravvivere a sé stesso e la sua finalità è quella di conservare il suo incontrastato privilegio di accappararsi il 90% dei beni. La mediazione potere-masse (sto semplificando) era mediata dal lavoro, dalla schiavitù del lavoro salariato. Oggi, forse il 75-80% di quel “lavoro” è svolto dalle macchine. Miliardi di persone ancora si affannano attorno al corpo-macchina-centrale per ricevere le briciole (con cui pagano tasse, balzelli e servizi quasi sempre schifosi) non perché siano necessari ma come rimedio provvisorio del potere sul controllo dell’ordine pubblico (saccheggio, distruzione e rivolta sono sempre possibili da parte di masse disperate). Il liberismo, Reagan, Thatcher, Trump, Macron, Berlusconi, Conte, Bolsonaro, Renzi, Obama per fare solo alcuni nomi, dà per scontato che il 30% della popolazione deve e dovrà essere lasciata indietro. A Chicago, Los Angeles, Rio de Janeiro, Roma, Parigi ci sono intieri quartieri dove la cittadinanza è “fuori dal radar”, non censita, senza servizi, senza dimora stabile. E senza internet, quindi, inutile.

La nostra specie contemporanea, umana-macchinale, che ha trasferito la memoria nella macchina, non potendo quindi rifondarsi in quanto incapace di dimenticare, è al di là di giudizi ideologico-storici, poiché non ne ha i fini, nessuno.

L’umano resta solo. La specie, s-cordato l’umano, è costretta a ricordare ciò che non potrà mai più avere indietro. Nonostante il gran lavoro di Greta, Papa Francesco e Assange. Tre persone che rappresentano, benchè eroici, commoventi, scaltri, impostori (ognuno metta qui l’aggettivo che preferisce) cascami della prima rivoluzione indutriale: la fiducia nella natura, la fiducia in dio e la fiducia nella verità.

Così ora che la dissonanza tra specie e umano è stata macchinizzata, la specie non ha più il tempo di dimenticare. L’umano, espulso dal processo di ricomposizone capitalistica, non riesce a ricordare come  è diventato, di questo pianeta, il dominatore, un dna vittorioso che ha trasformato questo pianeta a sua immagine. Non sa nemmeno dimenticarlo e la macchina che ha costruito non può dare risposte umane ma solo di specie, in quanto ne rappresenta la memoria.

La prima macchina, la natura; una macchina che era già qui, non è stata dimenticata ma viene ricordata come le vestigia di una purezza, una possibile meta. E’ una illusione mortale che ci strappa ancora da un sonno ristoratore. La natura della Terra è stata “naturale” fino al momento della comparsa del sapiens, che per avanzare l’ha dimenticata sistematicamente. Una volta che è stata stravolta e sfruttata, la natura resta sullo sfondo, come cascame dell’antropocene. E non ci sono giudizi etico/politici che qui possano aiutare: la natura non si può riparare, ricaricare come fosse un file. La natura va dimenticata, pena l’impossibilità di riviverla, forse, nel futuro. In qualche forma per ora ignota. Antropocentricamente, non può essere altrimenti. Ma anche questa chance, questa consapevolezza, sembra lontanissima.

      Poi venne il dio monoteista, il dio ordinatore, il dio che crea la gerarchia, che ci vuole bene, etico, che spiega il mondo attraverso il suo clero,  che ci dice cosa fare, il dio della ragione, che illumina. Questa macchinazione arriva fino a puntellare filosofie varie, come quelle di Hegel e Kierkegaard, addirittura primi dell’800 “Una cultura mondana renderà i teologi pavidi, così ch’essi non osino altro che di darsi l’apparenza di avere anche una patina di scienza  – avranno paura a questo riguardo di stare a tu per tu con l’uomo nero, Ciò di cui ci sarebbe bisogno è il coraggio personale, per osare di temere Dio più degli uomini.” La natura, la necessità, viene messa in discussione da Prometeo che ruba il fuoco agli dei ed è per questo punito; al suo processo spiega che La téchne è di molto più debole della necessità (anànke)”,  illustrazione dell’equilibrio instabile tra cultura e natura. E il tramonto dell’’orizzonte del divino è segnato, circa 300 anni fa, da pensatori e scienziati come Leibnitz, Galileo, Bacone. Il primo è un matematico ma nel tardo 600 abbisogna ancora per farsi pubblicare e magari salvarsi dalla galera di cercare “le forme sostanziali dell’essere,” le monadi che ovviamente rimandano a dio. Di quello nessuno ricorda più nulla ma tutti (o quasi) sanno che Leibnitz ha introdotto il calcolo infinitesimale, il concetto di integrale. Alla base dell’informatica contemporanea.

      Oggi, siamo di fronte al grande monolite, con i nostri I-PAD, stravolti dalla paura, interroghiamo i suoi dati inerti, la sua memoria perfetta e umanamente inutile, senza avere risposte. “Quando finirà?” imploriamo di sapere. La risposta è “mai” ma, se non dimentichiamo di chiedere, di ricordare, di calcolare vie di fuga, non avanzeremo più. All’umano resta ancora la possibilità del proprio sentiero? Davvero? Siamo individui s-cordati, inutilizzabili dalla macchina che infatti procede secondo un progetto eticamente nullo.

Karl Marx, che ovviamente scrive nel pieno della prima rivoluzione industriale, evidenzia la simmetria perfetta tra lavoro e vita: il proletario può lavorare solo col loro permesso, e quindi può vivere solo col loro permesso.

      Ma questo “loro” è stato sussunto nella macchina, sotto forma di memoria dell’accumulazione e, proprio come un orda di clan che avanza nella campagna, non si fermerà fino a quando tutto sarà stato sbranato, defecato e ri-processato: poiché quello è il suo task, la sua mission, il suo progetto di management.

      Non sappiamo più dimenticare e quindi non abbiamo più consapevolezza (la coscienza di classe, l’autonomia del pensiero e della prassi proletaria)  che da centinaia di anni siamo schiavi dell’orizzonte unico capitalistico, della reificazione del mondo e dei viventi. Lukács in “Storia e Coscienza di classe”: vi è una fondamentale differenza tra il metodo delle scienze che studiano la natura e il metodo dialettico di Marx, che si applica invece alla realtà sociale: il metodo delle scienze della natura non conosce alcuna contraddizione, alcun antagonismo nel proprio materiale. Le contraddizioni sono il segno di errori nell’analisi scientifica, superabili successivamente.  In rapporto alla realtà sociale, invece, queste contraddizioni non sono segni di una comprensione scientifica ancora imperfetta, ma appartengono piuttosto inseparabilmente all’essenza della realtà stessa, all’essenza della società capitalistica. Esse sono contraddizioni necessarie, espressioni del fondamento antagonistico di questo ordinamento sociale, e possono essere superate realmente – non tanto nel pensiero – solo nel corso dello sviluppo sociale”      Perdendo questa capacità, dimenticare per costruire un nuovo orizzonte di senso e lotta di liberazione, siamo condannati ad interrogare la sterile memoria dei dati, degli algoritmi.    Che è peggio di morire.

Monolite 2: costruire

«Tre tipi di motori mai fabbricati o utilizzati in questo nostro Regno di Gran Bretagna, uno per avvolgere la migliore seta grezza, un altro per filare e l’altro per torcere la più bella seta italiana grezza in organzina di grande perfezione come non è mai stato fatto prima in questo il nostro regno, per cui molte migliaia di famiglie dei nostri sudditi possono essere costantemente impiegate in Gran Bretagna.» (1718) John Lombe ideatore del primo mulino utilizzato per tessere la seta, la prima vera fabbrica aperta nel mondo, dopo aver rubato un “brevetto” in Italia. Finirà  ucciso, venti anni dopo circa, da una donna sicario, inviato a Derby dal Re di Sardegna.

A contestare questo brevetto e ad aprire varie fabbriche nel Lancashire sarà il baronetto Sir Richard Arkwright, facendo un sacco di grana. Nelle sue fabbriche e in quelle attorno lavorano centinaia e centinaia di persone, bambini di 4-5 anni e le loro madri. 12-14 ore al giorno, niente malattia, niente riposi, la paga in buoni che potevano essere scambiati solo negli emporii gestiti dagli stessi padroni, tutto a prezzi molto elevati. Questi lavoratori sono i nostri trisnonni, bisnonni, abbiamo tutti quanti il loro sangue nelle nostre vene. Noi siamo gli eredi di decine e decine di generazioni di donne e uomini la cui vita è stata sfigurata dal capitalismo.

Nei primi dell 800 un imprenditore gallese, Robert Owen, compra alcune di queste fabbriche e tenta un esperimento sociale, sotto la spinta di proteste, battaglie ferocissime tra i lavoratori e i padroni, incluso il sabotaggio e la distruzione dei macchinari. «La generale diffusione delle manifatture in tutto il paese genera un nuovo carattere nei suoi abitanti; e dato che questo carattere si forma in base a un principio del tutto sfavorevole alla felicità individuale o generale, produrrà i mali più deplorevoli e duraturi, a meno che la vera tendenza non venga controbilanciata dalle interferenze e dalla direzione del governo». Robert Owen

Tutti questi attori sociali, provengono direttamente ancora da mondi rurali, nobiliari, produzione agricole, piccole botteghe artigianali, auto-sufficienza familiare. Nel giro di una trentina d’anni quel mondo verrà dimenticato.

Senza entrare nel dibattito molto complesso sulla sua origine e sulla sua rilevanza nella selezione naturale, il linguaggio circa 160mila anni fa ha estraniato, ha estratto una parte, una sottospecie, dalla famiglia degli ominidi, la specie Homo, evolutosi in Homo Sapiens.

La storia degli uomini è la storia degli attrezzi del lavoro. Il linguaggio è il primo di quegli attrezzi. Da quel momento la natura diventa strumento tra altri strumenti, utilizzato da una specie che avanza per passaggi successivi, attraverso l’agricoltura e l’addomesticamento di altre specie, utlizzandole come forza motoria e come alimentazione.

La specie avanza dimenticando. E’ questo un compito che è necessario a compensare il sorgere della coscienza individuale, la consapevolezza dei propri contenuti mentali come indivuali, legati alla propria voce individuale.       Chi conosce il mondo, la natura, il suo ritmo, nascita-vita-morte, ha bisogno di creare una “macchinazione”, una macchina. Dall’enciclopedia Treccani: in senso storico e antropologico, qualsiasi dispositivo o apparecchio costruito collegando opportunamente due o più elementi in modo che il moto relativo di questi trasmetta o anche amplifichi la forza umana o animale o forze naturali (come quelle prodotte dall’acqua e dal vento), e capace di compiere operazioni predeterminate con risparmio di fatica o di tempo.

Qual’e’ la prima operazione di cui ha bisogno l’umano?

Quella di dimenticare. Dimenticare, che per quanto si sforzi di arare il terreno, di proteggere la propria tribù, famiglia, clan, dalla pioggia dagli animali feroci, per quante erbe possa raccogliere per far scendere la febbre ai propri cari e a sé stesso, verrà un giorno che tutto quello che avrà fatto finirà. Irrimediabilmente e certamente.                                                La prima macchina è la Natura, un ente reale solo nella relazione col sapiens e non per sé. E’, come spiega la definizione di macchina, uno strumento utilizzato per le sue potenzialità, per risparmiare fatica e tempo. Ovvero per dare alla specie dominante il pianeta un senso, un significato, una ragione, per via del UTILIZZO. Perché la pura fuga, il puro istinto di auto conservazione non è sufficiente per avanzare come specie nel dominio della natura, a cui si devono certamente rituali e ringraziamenti, ma perché essa ci permette di esistere.  

Un bisogno umano essenziale è quello di dimenticare. Dimenticando la morte, si dà un senso alla vita. Tutte le altre specie non hanno bisogno di dimenticare perché non sono consapevoli della fine, se non come puro riflesso biologico istintuale. Il sapiens ha un bagaglio istintuale quasi nullo, il voltarsi verso il seno della madre quando nasce e poco altro. Il sapiens conosce e riconosce il mondo, la natura, come il fuori da sé, attraverso l’osservazione e la memoria del cammino altrui, memoria che include la consapevolezza della morte.

Ma l’umano non è la specie, che avanza dimenticando la morte. Nascita e morte sono il ritmo della natura biologica, non della specie Sapiens. Nietzche ce lo ricorda (la necessità della notte, dell’oblio) e facendolo, impazzisce dalla paura. Il vuoto buddhista è legato al concetto di illusione del tutto. Una macchinazione, tra altre macchinazioni della mente, che viene dall’oriente.

Poichè non sappiamo quando dovremo morire

Siamo portati a pensare alla fine come un pozzo inesauribile

Ma tutto quanto succede solo un certo numero di volte

E il numero è abbastanza piccolo, davvero

Quante volte ancora ricorderai un certo pomeriggio della tua infanzia, quel pomeriggio che ha formato così profondamente il tuo essere che tu non riesci nemmeno a concepire la tua vita senza di esso? Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno quelle, quante volte ancora guarderai la luna piena sorgere?

Venti volte forse eppure tutto senza sembra senza limiti

poesia Paul Bowles (usato da Sakamoto nel brano Fullmoon, dopo la diagnosi di cancro alla gola)

poesia Paul Bowles (usato da Sakamoto nel brano Fullmoon, dopo la diagnosi di cancro alla gola)

Man mano che il Mondo del Sapiens si specializza, aumenta di complessità, di intrecci relazionali, l’entropia viene bilanciata da nuove macchinazioni. La natura, l’orizzonte del sapiens pre-storico, viene dimenticato poiché la specie deve avanzare.

Ludwig Fuerbach, criticando Hegel, attribuisce alla consapevolezza della sua mortalità, l’attribuzione salvifica da parte dell’umano a una divinità eterna e onnipotente. La specie avanza dimenticando la macchinazione Natura e si muove verso la macchina-dio. Il mondo viene raccontato-giustificato, dall’alto, da un dio onnipotente che ha disegnato il mondo a sua somiglianza, per cui tutto è giusto: distruzione, schiavitù, proprietà, morte e salvezza dell’anima, il premio finale che si può acquisire uccidendo un nemico di dio, il mio contro il tuo, oppure per trenta denari, andando a piedi dal papa, nei casi più ostinati, avvicinandosi a dio facendo un sacco di soldi, da bravo cittadino, come dirà Martin Lutero dopo alcuni secoli.

L’umano si trova a percorrere una decina di secoli in mezzo a guerre, schiavitù, pestilenze varie, carestie.

A metà 1400, Giovanni Gutenberg stampa il primo libro del mondo, ovviamente la Bibbia. In tre secoli cambia tutto. Metà 700 i primi telai meccanici e l’energia del vapore, fine 700. Metà ottocento motore a scoppio. Le due cose che servono di più sono il carbone e la manodopera. Il miglior carbone è in Gran Bretagna e la manodopera sono i negri in Africa, oltre ai negri che hanno in casa, ovvero i proletari, i lavoratori di mezza Europa.

Man mano che usciamo dalla pura sussistenza, l’ombrello benevolo di dio diventa sempre meno utile per l’umano, che viene trasformato in merce-lavoro da sfruttare. Il fine del lavoro non è la produzione di beni: il capitalismo produce denaro. La macchina è avviata. La specie avanza dimenticando dio.

La macchina del capitalismo aliena l’umano dal proprio lavoro, crea una estraniazione.

“L’uomo ha cessato di essere schiavo dell’uomo ed è diventato schiavo della cosa; il capovolgimento dei rapporti umani è compiuto; la servitù del moderno mondo di trafficanti, la venalità giunta a perfezione e divenuta universale è più disumana e più comprensiva della servitù della gleba dell’era feudale; la prostituzione è più immorale, più bestiale dello ius primae noctis . La dissoluzione dell’umanità in una massa di atomi isolati, che si respingono a vicenda, è già in sè l’annientamento di tutti gli interessi corporativi, nazionali e particolari ed è l’ultimo stadio necessario verso la libera autounificazione dell’umanità”. (MARX e ENGELS MANOSCRITTI ECONOMICO-FILOSOFICI 1844)

Qualche giorno fa (Marzo 2020), due compagni molto vicini al mio cuore, mi hanno chiesto un commento whatsapp di 60 secondi. Ho detto solo “Non è una nuovola nera. Cosa è non lo sappiamo ancora”. Ho notato due cose: sono spariti i post che fino a 20 giorni fa giocavano sul “Avete ripetuto per anni che l’Uomo meritava di sparire, che cani e gatti sono più meritevoli dei vostri simili, adesso c’è una chance e ve la fate sotto!”; e c’è stato una incredibile serie di archivi, cineteche, librerie che hanno aperto i loro vaults per tutti, gratis; cioè la “Memoria”, tutto quello che le Menti Migliori (vado per le spicce) hanno elaborato in 3000 anni circa di storia umana. Come se consegnassimo a qualcuno una eredità. Allora ho pensato che la grande assente da FB (e forse altrove) è La Dimenticanza.

All’indomani di traumi socio-politici di portata planetaria, il processo di rimozione e superamento, elaborazione del lutto si diceva una volta, avveniva per gradi lenti e molto spesso trasmessi oralmente, diciamo dai nonni ai nipoti. Da ragazzino ricordo molto bene le centinaia e centinaia di libri bene ordinati sulla libreria di mio padre e una “Storia della Prima Guerra Mondiale” in 6 volumi, acquistata da suo padre. Mio nonno aveva fatto la grande guerra, anche di più, era infatti stato spedito in Albania nel 1918 ed era tornato nel 1920. Ferito, malato, distrutto. Quando ho inscatolato tutti i libri di casa, la scorsa estate 2019, all’indomani della morte di mia madre, ho scorso quei volumi per la prima volta con un po’ di attenzione. Dentro ho trovato due cartoline spedite dal nonno (una era una foto di lui in divisa da sergente o qualcosa così) a una giovane ragazza di Torino, con la quale si era fidanzato nel 1915 (così c’era scritto), senza rivederla prima del 1920. Si chiamava Alba e i due si sposarono. Lei era mia nonna e la madre di mio padre, nato nel 1922. Cosa aveva significato quella Guerra era stato narrato da mio nonno a mio padre, dal vivo, con i tempi biologici del giorno e della notte, le stagioni, i sentimenti.

La memoria umana, individuale e collettiva, ha determinato sollevazioni, movimenti politici, rivoluzioni. I fascismi europei e le catastrofi succesive, la seconda guerra mondiale, la shoah, dresda, nanchino, hiroshima, nati, in parte, come conseguenza socio-politica di quella guerra, la prima mondiale.

Il momento in cui questo processo (che oggi potremmo definire lento, naturale, umano, analogico) diventa un ostacolo all’avanzamento della specie, avviene il 22 Novembre del 1963, a Dallas. L’assassinio del presidente americano John Fitzgerald Kennedy. Non è tanto l’atto in sé (di leader, capi popolo, presidenti, oppositori uccisi, a memoria d’uomo per l’appunto, la storia del mondo abbonda) ma sono i poco meno di 27 secondi del film del signor Abraham Zapruder.

Dopo pochi secondi dai colpi che uccidono Kennedy, per ore, decine di agenti della CIA, FBI ecc ecc sequestrano tutte le macchine fotografiche e le cineprese (che da poco erano state immesse sul mercato per scopi amatoriali). La storia di quella pellicola non è argomento da trattare qui ma per un motivo molto semplice: in questo preciso momento, quasi 60 anni dopo, in rete ci sono centinaia di siti, di incontri, di gruppi di discussione su quei 27 secondi, migliaia di libri sono stati scritti, film, ricostruzioni, documentari. Proviamo a pensare a cosa ha generato e generano il Vietnam, l’undici di settembre o il coronavirus.

L’umano avanza nella memoria. La specie invece nella dimenticanza della propria natura biologica, nascere-procreare-morire. Da 300 anni, il capitalismo, l’ultima macchinazione, ha lentamente ma inerosabilmente s-cordato lo strumento binomico umanità-mondo, incorporando l’intera memoria come merce ultimativa, come essenza del reale.

Lo stato che per il momento chiamiamo ancora United States of America ha iniziato il suo declino il giorno che l’FBI ha comprato dalla rivista LIFE la pellicola di Zapruder e l’ha ri-consegnata alla stampa. Dopo averla ampiamente manipolata, per cancellare traccia del complotto ordito da….(mettetici chi volete al posto dei puntini). Il risultato è stato quello di creare uno stato di incredulità assoluta nella massa, su qualsiasi cosa, dalla sfericità del pianetà, all’allunaggio, alla bomba di Piazza Fontana, dai vaccini alle telefonate di Napolitano con Totò Riina.  

Il digitale, la memoria elettronicamente processata, l’informatizzazione del tempo e dello spazio sta creando un mondo inadatto all’umano.

La tecnica, alla cui base c’è la scienza, dovrebbe restare separata da quest’ultima e la seconda, la scienza, dovrebbe costituire l’etica della prima, la tecnica. Questa è la tesi del filosofo Galimberti. Che si pone in una posizione a-storica, fuori dalla dialettica storica dell’umano come risultante della lotta tra le classi. Egli infatti si auto-estrae dal contesto socio-politico dichiarandosi “un greco”, nel senso di un pensiero pre-giudaico-cristiano.

Putroppo la forza della volontà, di svincolarsi a nulla vale nel mondo del capitale: esso riduce tutta la vita umana, il suo lavoro, pensiero, tempo a merce, creando un mondo a base mercantile. Per ottimizzare i profitti deve creare disparità (per quetso non esiste un “capitalismo buono”) e estrazione di valore; in un mondo sempre più complesso e conflittuale, ha spostato la gestione non solo del fare ma anche del pensare, al futuro, dentro una memoria digitalizzata. Non sto dicendo che si tratta puramente della memoria in giga di un computer o dell’insieme dei computer. Ciò che definisco “macchina” è la rete neuronale dell’umano connessa in modo permanente e fondante alla rete informatica.

La conservazione e l’uso della memoria è rivolta al potenziamento della macchina, l’elaborazione dei dati ha perso ogni finalità relativa all’umano, per essere definito in toto dalla sua efficienza, rapidità, sicurezza e capacità di generare altri dati, ovvero altro capitale. La memoria è ora un monolite di fronte al quale l’umano rimane muto e impotente.

In questi giorni, la pandemia ha generato una accelerazione gigantesca, fuori scala, della fine di ogni legame sociale generato dalle relative posizioni economiche: nel primo industrialismo, il mondo nel quale sono nati e cresciuti i nostri bisnonni, nonni, nonne, padri, madri e molti di noi, organizzava la comunità umana in base al lavoro e alla relazione capitale-lavoro. Dagli anni 80 il lavoro manuale ha perso il 70% della sua presenza nella stratificazione sociale. I partiti, i giornali, i docenti universitari, la cosidetta arte e l’immaginazione creativa, hanno rapprensentato per generazioni le istanze, le speranze, le lotte, le frodi, la violenza di classi sociali contrapposte. La narrazione dell’ottocento e del secolo breve, nata attorno al pensiero liberista-borghese oppure a quello social-democratico o ancora, comunista, sembrano inutili.  Lo scenario da rapprensentare è totalmente mutato e infatti tutti quanti, senza difetto, attendiamo le ore 18 per sapere dal potere (cioè dalla tele-visione) cosa sta succedendo là fuori perché il terreno di gioco è quello ultimativo e non lascia margini di presunta libertà: vita o morte. E la vita si identifica in modo assoluto oggi con il salvare, conservare, ripristinare lo status quo precedente all’epidemia. Un comportamento perfettamente umano. Ma l’umano non è la specie.

Quando il 28 Luglio 1914 a Sarajevo viene ucciso l’arciduca Francesco Ferdinando o nel 1933 i nazisti incendiano il reichstag a Berlino, le possibilità di memorizzare, archiviare, studiare i fatti sono, al confronto di oggi, risibili. La cosidetta politica è solo uno spettacolo alla televisione poiché la mediazione politica è saltata.

Noi esistiamo in quanto lavoratori ma ora del ns lavoro, in gran parte non sanno che farsene. Esistiamo in quanto compratori e nodi di scambio di dati. Il virus interrompe, per qualche tempo, la circolazione di dati, merci, umani (tutti equiparabili per il sistema macchina) e l’elemento umano si risveglia dentro un incubo. Incubo nel quale è immerso da 300 anni: il capitalismo.

La macchinazione  Zapruder istituisce una memoria perenne come estrema speranza nella possibilità dell’umano di credere in qualcosa (qualche decennio dopo, la colonna sonora di questo grido, questo urlo finale, erede di quello di Allen Ginsberg, sarà il Punk)

Il guaio, diciamo così, è  che l’umano vive nella memoria, tornare indietro a come era tutto quanto era prima, per quanto merdoso potesse essere, è umano.

Quel prima va dimenticato perchè è quel prima che ci ha portato qui. Non sono io a dirlo o a volerlo: è la storia della specie. La specie avanza dimenticando, attraverso la distruzione e trova il modo di espandere la sua base, le sue istituzioni vitali. Questo è il suo spaventoso determinismo biologico. Ma il capitalismo ha trasformato tutta questa pulsione vitale in merce e ha estraniato la memoria come merce, come entità ontologica, come monolite-respiratore. L’umano non sa trovare alcuna base vitale per la quale battersi, in quanto completamente dipendente dal sistema macchina-capitalismo. Greta, Francesco o Assange non sono Robespierre né Karl Marx o Che Guevara.

Dimenticare non è un gesto umano, infatti non è ciò che suggerisco di fare né adesso né dopo. A dimenticare ci pensa la specie. Ma per riuscirci noi, gli umani di oggi e domani, devono andare avanti, devono entrare ancora di più nel meccanismo, capirne il moto.

Due immagini ancora: 1) le ultime scene di “Fino alla fine del mondo” di Wim Wenders 2) il dato che l’area di studio e ricerca nella quale privati e università statali stanno mettendo più soldi è quella spaziale, nel senso di viaggio, sopravvivenza e fonti di energia. Studio e ricerca sono nelle mani dei capitalisti, tutto lo è. Ricordiamo da dove siamo venuti, studiamo i processi profondi che ci hanno portato qui, ma dimentichiamo che ci sia un luogo dove tornare, un tempo di pace e solidarietà da ripristinare.

Ho detto ai miei due compagni al telefono “Non è una nuvola nera, non sappiamo ancora cosa è….. spero che possa essere il primo stadio necessario verso la libera autounificazione dell’umanità, come scrivevano Marx e Engels:

“Il comunismo come soppressione positiva della proprietà privata intesa come autoestraneazione dell’uomo, e quindi come reale appropriazione dell’essenza dell’uomo mediante l’uomo e per l’uomo; perciò come ritorno dell’uomo per sé, dell’uomo come essere sociale, cioè umano, ritorno completo, fatto cosciente, maturato entro tutta la ricchezza dello svolgimento storico sino ad oggi. Questo comunismo s’identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l’umanismo, in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo; è la vera risoluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, tra l’uomo e l’uomo, la vera risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra l’oggettivazione e l’autoaffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e il genere. È la soluzione dell’enigma della storia, ed è consapevole di essere questa soluzione”. (Karl Marx Manoscritti economico-filosofici del 1844)

ARNALDO PONTIS da “La punta della spada” (inedito, 2015)

Approdo 04:            La filosofia del fuoco

Ce la caveremo, vero Papà?

Si. Sono convinto che ce  la caveremo.

E non ci succederà niente di male, vero?,

perché noi portiamo il fuoco.

Si, certo. Hai ragione.  Noi portiamo il fuoco.

Cormac mcCarthy, 2006

Per lavoro e in alcune diverse vite mi sono occupato e mi occupo di informatica e software. 

Non so dirvi se si sia trattato o si tratti di mosse vincenti per me. Molte partite le ho giocate e vinte d’istinto, molte le ho perse, altre sono state vinte per abbandono dei miei avversari, in altre mi sono rifiutato io di giocare. Alcune sono ancora aperte, altre ancora potrebbero essere infinite.  Però ne ho giocate diverse di partite in questo campo. E credo di potervi raccontare qualcosa.  Posso dirvi che l’informatica e, in particolare, l’ingegneria del software, qualsiasi cosa ne pensino i puristi, non sono mai state delle scienze esatte. Anzi. Le definirei delle scienze spurie. Dove l’istinto, la fortuna e l’empirismo valgono quando il raziocinio, il metodo e l’intelligenza.

Noi esseri umani abbiamo una paura atavica del buio e ne temiamo le ombre. Ma al tempo stesso esse ci attraggono. Quando sentiamo il  bisogno della disciplina e della scienza, rincorrendo una scoperta nuova ogni giorno, è anche perché pensiamo da sempre al miglior modo col quale preservare il fuoco della conoscenza della razza umana, stando chiusi come i nostri antenati, dentro la nostra caverna durante la notte.

Dentro questa immensa caverna, dietro ogni fuoco, speriamo di riuscire a governare e a far ballare le tante ombre. Per ogni ombra che ci attrae, comprendiamo che ce ne sono diverse altre che ci terrorizzano e ci sfuggono. Ma con ognuna di esse cerchiamo di dare un senso al descriversi del nostro tempo. Non ci riusciamo mai, ne parliamo, ne restiamo inconsapevoli. E finiamo per ammutolirci.

E affinché questa nostra caverna resti perennemente illuminata, anche per le ombre che abbiamo creato, andiamo alla ricerca della nostra prima selce. Che ha generato nuovi fuochi, molti strumenti e molte tecnologie. In questa ricerca abbiamo bruciato molti falò, molte macchine e molti dèi. Abbiamo cercato di sostituirli con sempre nuovi dei ex machinis. E fra queste dei e macchine, quelle attuali sono soltanto le più recenti.

Per questo motivo potremmo considerare molte nostre nuove tecnologie, fra cui quelle informatiche e quelle della comunicazione umana dentro le moderne reti telematiche, una sorta di antica e moderna filosofia del fuoco. Questo nostro fuoco è oggi, all’apparenza, un falò perennemente acceso, ma non perché esso sia realmente un fuoco eterno. Questo fuoco è in gran parte un fuoco fatuo che teniamo acceso nel modo per noi più semplice e veloce. 

Infatti lo manteniamo vivo cercando, ogni giorno, tra i tanti fuochi accesi invano nella luce del mattino, le braci ardenti di quel fuoco che speriamo muoia il più tardi possibile. Sono quelle le braci con cui cercheremo di accendere altri nuovi fuochi per superare indenni la notte.

Nella nostra caverna rischiarata a giorno da molti fuochi, siamo quindi, ancora e sempre, uomini inconsapevoli e muti di fronte al buio e alle ombre. E dissipiamo molta, troppa legna per troppi fuochi, dando purtroppo ben poca importanza alla selce, alla conoscenza con cui si dovrebbe accendere meglio ogni singolo fuoco. Solo quando serve.

Il risultato finale, ovvero la presenza di luce costante nella nostra caverna buia, non cambia di molto. Ma fermandoci al mantenimento dei falò accesi, vediamo la nostra catasta di legna diminuire sempre e molto più del necessario. E non ci rendiamo nemmeno più conto della progressiva scomparsa di chi, fra di noi, sia in grado di saper accendere un vero fuoco partendo dal buio assoluto e da una selce.

È questo il motivo per cui, in questa caverna illuminata a giorno dai nostri tanti falò, molte ex-macchine scientifiche  si suppongono esatte, ben definite e dai contorni precisi quando viste dietro il proscenio ampio della scienza degli uomini. Invece, quando le stesse vengono prese singolarmente, ognuna dentro i confini della propria caverna e in totale solitudine, sembrano invece generare ombre imperfette e inesatte. Ombre poste a confronto con molte altre ombre. Ogni ombra ci appare imperfetta e sfumata, nella moltitudine dei falò e delle altre discipline scientifiche e filosofiche del pensiero umano. Questo è probabilmente ancor più  vero per l’informatica.

Non si scandalizzino gli analisti e gli sviluppatori e ricercatori software più puri. Da quando l’informatica è diventata il bene immateriale onnipresente che regola ogni nostro ritmo vitale, ogni consumo e ogni  lavoro, è diventato difficile anche solo parlarne in modo obiettivo. Soprattutto per chi ci vive immerso.

L’informatica è un bene immateriale della scienza e della tecnologia umana che è sempre più diffuso, indispensabile e desiderato dalle masse. Uno strumento di servizio vitale della società, che regola, oltre ai meccanismi del lavoro di molti esseri umani, anche quelli del loro tempo libero, sottratto con difficoltà al lavoro. Questo avviene ad ogni latitudine, nel mondo sempre più tecnologicamente avanzato. Dunque si potrebbe dire che, nel regno delle macchine informatiche, intese nel senso più ampio, il sole non tramonta mai. Le macchine, prese singolarmente, possono essere spente o morire. La Macchina unica invece è globale e immortale. Esiste sempre e ovunque, senza limiti temporali. Non si spegne mai.

Questa macchina moderna e tecnologica è sempre presente, sempre più forte, e in ogni luogo.

Per questo, una sorta di aura mistica di immortalità e perfezione la circonda. Pare sia diventata la linea vitale  o la matrice divina di una tecnologia sovrumana, onnipresente e onnipotente, in grado di concederci forza e perdonare tutti i nostri errori umani. Credere in qualcosa di divino e immateriale, seppur umano, è poco razionale. Gli dèi, per le diverse religioni, creano uomini a loro immagine e somiglianza. Gli uomini fanno altrettanto con i propri dèi. Ne deriva che entrambi, dèi e uomini, siano esseri assolutamente imperfetti e irrazionali.

Osannare una macchina che si pensa razionale e perfetta non solo è irrazionale quanto l’osannare qualunque divinità, ma è anche assolutamente folle. Perché ogni macchina è molto meno perfetta di qualsiasi essere umano o di qualsiasi suo dio. L’informatica che genera le migliori macchine moderne, seppure abbia certo alle spalle solide radici nella matematica razionale, è scienza altamente inesatta, alchemica ed empirica. Come molte altre discipline della scienza è solo un’ombra dietro il fuoco delle nostre caverne. Eppure quest’ombra della scienza informatica ci porta o ci impone oggi una sua visione altamente evangelica fatta di testimonianza, paura della punizione e speranza di redenzione salvifica. E come qualsiasi divinità che l’abbia preceduta, anche la macchina ha religioni e sacerdoti in grado di porre le pietre per costruire la sua chiesa.

Ogni giorno affidiamo a molte e diverse macchine, dietro il proscenio di un teatro che è la nostra vita quotidiana, mansioni sempre più numerose e complesse. Affidiamo loro le funzioni più delicate, critiche e vitali della nostra società contemporanea.  Per questo tentiamo di disegnare e costruire alcune delle nostre macchine in un modo che vorremmo sempre migliore. Per renderle prossime alla nostra idea di divinità che esse rappresentano. E nel farlo le caliamo sempre più fra di noi, sempre più in basso, perché desideriamo intimamente che esse ci somiglino, ci migliorino e rappresentino al meglio. Il risultato è quello che purtroppo osserviamo ogni giorno.

Se noi esseri umani siamo elementi pre-umani rispetto alla nostra stessa modernità – e per questo compiamo azioni calde e imperfette in grado di generare errori altrettanto imperfetti, errori gravi ma che sappiamo in qualche modo correggibili – le nostre macchine sono invece oggetti post-umani.

Le macchine sono ibridi post-umani perfetti per la modernità, ibridi fatti di metallo e carne. Oggetti atermici. Post-umani perché disumani e umani  al tempo stesso. Compiono azioni gelidamente perfette che generano errori caldi e umanamente imperfetti. Errori anche lievi. Ma che non potranno mai venire corretti.

Collettivo Malgré Tout (“Malgrado tutto”)

Piccolo Manifesto in tempi di pandemia

A nome del Collettivo Malgré Tout (“Malgrado tutto”) proponiamo questo breve Manifesto composto da quattro punti, quattro spunti di riflessione e ipotesi pratiche da condividere con chi fosse interessata/o. Speriamo sia un contributo utile per pensare e agire all’interno dell’oscurità della complessità.

1. Negli ultimi quarant’anni almeno, abbiamo assistito al trionfo e al dominio incontrastato del sistema neo-liberista in ogni angolo del pianeta, salvo rarissime eccezioni che sono state però spesso inglobate all’interno del sistema dominante. Tra le diverse tendenze che attraversano questo tipo di sistema, una in particolare sembra costituire la forma mentis dell’epoca. Si tratta, senza dubbio, della tendenza a considerare i corpi come il rumore di fondo del sistema, come ciò che disturba in quanto troppo “pesante”, desiderante, vivente e quindi sfuggente alle logiche lineari di previsione. L’obiettivo perseguito dalle pratiche e dalle politiche proprie al neo-liberismo consiste nel voler de-territorializzare (prendiamo in prestito l’espressione di Deleuze) i corpi, renderli indeterminati, manipolabili, materia prima o “capitale umano” utilizzabile a proprio piacimento. I corpi umani possono essere spostati senza criterio, devono essere pronti e educati alla flessibilità per potersi adattare (leitmotiv del nostro tempo) alle necessità determinate dalla struttura macroeconomica. Nella loro astrazione estrema i corpi diventano, nel caso delle tragedie come quelle che avvengono quotidianamente nel Mediterraneo o nei centri di detenzione libici ed europei, semplici numeri, dal valore indifferente, senza nessuna corporeità e quindi, in fondo, umanità. In ambito tecnico-scientifico, ritroviamo questa tendenza nei progetti basati sull’idea che, per quanto riguarda i corpi, tutto sia possibile, che non esista nessun limite biologico a porre un freno al desiderio patologico di de-regolazione organica (e il limite, come ben ricorda Kant nella “Critica della ragion pura”, è ben diverso dal “confine” poiché condizione di esistenza di qualunque possibile). Si tratta della stessa volontà di giungere a una vita post-organica (volontà che si materializza, inter alia, in certe tendenze della biologia di sintesi e della biologia molecolare) in cui si potrà fare a meno dei corpi per loro natura troppo “pesanti”, troppo imperfetti, troppo fragili, o si potrà potenziarli al massimo. L’oblio dei corpi e degli effetti catastrofici che le politiche a cui abbiamo assistito hanno causato su di essi è resa manifesta dall’accelerazione estrema, negli ultimi decenni, dell’impatto dell’Antropocene. Abbiamo assistito a una de-regolazione senza precedenti dell’ecosistema, alla manipolazione artificiale di piante, animali e della natura (di cui siamo parte) nel suo insieme. Anche in questo caso, l’idea che ha guidato le pratiche di cui sopra consiste nel pensare che tutto sia possibile, in nome di un maggior profitto o di un più grande benessere per una piccola parte della popolazione. Ecco allora che la pandemia che stiamo vivendo sembra scombussolare lo scenario che si era delineato fin qui. D’un tratto ci rendiamo conto che i corpi sono di ritorno, anche se in maniera catastrofica e sotto minaccia. I corpi tornano a far parte della realtà, a essere considerati e diventare addirittura i soggetti principali della situazione e delle politiche attuate: sono essi a essere controllati, regolati ma anche protetti. Il ritorno dei corpi, nuovamente presi in considerazione, sembra aprire metaforicamente una nuova finestra dalla quale riusciamo a intravedere diverse possibilità d’azione. Innanzitutto, perfino noi che abbiamo sempre identificato il potere con la gestione, e la vera politica con la potenza sviluppata dalla società civile, ci troviamo di fronte alla constatazione che il potere può, quando vuole, attuare delle politiche necessarie alla protezione e alla salvaguardia dei corpi e della vita. Il Re è nudo: dopo innumerevoli anni in cui la sola “realtà” da seguire sembrava quella delle esigenze economiche da rispettare, a discapito dei corpi e delle loro vite, i governanti di (quasi) tutto il mondo dimostrano che è possibile agire altrimenti, anche a rischio di mettere in crisi l’economia mondiale. Si tratta di una sorta di auto-denuncia da parte di chi aveva sostenuto categoricamente la necessità di un certo tipo di politiche, economiche e sociali in primis, in nome di un “realismo economico” eretto a dio autoritario al quale non si può mai disobbedire. Anche in questa situazione, però, riscontriamo una certa tendenza che consiste nel dimenticarsi e fare astrazione dei corpi. Sappiamo, infatti, che dietro a ogni immaginario o narrazione ideologica e astratta esiste sempre la concretezza dei corpi determinati e situati. In questo senso, alla finzione di una società composta da individui serializzati, autonomi e responsabili del loro destino alla quale il neoliberismo ci ha abituato si è sostituita in questi giorni un’altra finzione espressa dalla nobile frase “siamo tutti sulla stessa barca”. Per quanto possa essere in parte intesa come un invito alla solidarietà tra tutte le persone che soffrono in questo momento (e lungi da noi criticarla in questo senso), questa frase nasconde la realtà, appunto, dei corpi determinati e situati diversamente. È un errore pensare che, siccome esiste una minaccia (in questo caso il virus) per tutti e tutte, ciò significhi che siamo nella stessa situazione, che ci troviamo “sulla stessa barca”. Se, infatti, ognuno di noi è un punto di vista sul mondo, questo punto di vista è dato innanzitutto dai nostri corpi che ci situano reciprocamente in maniera diversa. In altre parole, alla finzione degli individui astratti che si trovano sulla stessa barca e che formano uno stesso punto di vista, sostituiamo la realtà dei corpi situati e determinati diversamente dalla classe sociale, dal genere, dalla porzione di mondo che abitano, e così via. La romanticizzazione della quarantena, con sottofondo d’inni nazionali, diventa così una narrazione astratta volta a cancellare le differenze che ci situano in maniera diversa su barche diverse.

2. Dalla gestione della pandemia attuale e dalle reazioni che ha scatenato traiamo una lezione fondamentale. Se, ben prima di questa crisi sanitaria, la percezione (in senso neurofisiologico) di un futuro minaccioso era comune alla maggior parte delle persone, non si trattava mai di una minaccia identificata, quindi reale e immediata. Si trattava di una percezione diffusa e precosciente di una “minaccia” generale, che avrebbe potuto declinarsi in diverse maniere, minaccia nella quale eravamo immersi senza però riuscire a agire massivamente. L’angoscia che questa percezione diffusa scatenava non esisteva in rapporto a un elemento chiaro e identificato (ed è ciò che la differenzia dalla paura che è sempre paura di un oggetto specifico e determinato). Se una minaccia risultava invece chiara, cristallizzata e sentita come immediata, lo era soltanto per le persone toccate in prima persona. Si pensi ad esempio alla minaccia per chi vive nei siti contaminati dall’amianto. Si tratta di una minaccia ben reale: a Taranto, in Italia, tra i lavoratori dell’ex Ilva si sono registrati un +500% di tumori rispetto al resto di cittadini della città e almeno 5000 morti causati dall’esposizione all’amianto nel periodo che va dal 1993 al 2015. In casi come questo, è sempre esistita una certa impossibilità, per le persone che vivevano la minaccia immediata e la appercepivano (spiegheremo in seguito questo concetto), di trasmettere quest’esperienza agli altri. Se, infatti, anche chi non vive nelle zone colpite può interessarsi, informarsi ed essere solidale con le persone toccate dalla situazione, è difficile che ci si possa sentire realmente coinvolti, appercepire e vivere la minaccia come immediata. Vi è una grande differenza, infatti, tra essere informati di una situazione e appercepirla realmente. Altri ancora, invece, a queste minacce rispondevano con un menefreghismo celato dietro alla convinzione del “tanto succede solo agli altri”. Non è mai esistita quindi un’appercezione comune della minaccia come invece sembra esistere attualmente. Per comprendere meglio questo punto, è utile rifarsi alla distinzione proposta in principio da Leibniz e ripresa in neurofisiologia tra percezione e appercezione. L’essere umano è in costante interazione materiale con l’ambiente, in costante attività percettiva (è importante sottolineare che la percezione è già un’attività e non una ricezione passiva di fenomeni e elementi esterni). Per riprendere l’esempio del filosofo tedesco, prima ancora di avere un’immagine auditiva (un’appercezione) del rumore che fa un’onda, il nostro corpo è già in interazione e percepisce l’infinità di rumori provenienti dalla miriade di gocce che compongono l’onda ma che non appercepiamo (di cui non ci formiamo quindi un’immagine appercettiva). Solo una piccola parte di ciò che percepiamo diventa quindi appercezione e giunge, in un secondo momento, a una sorta di istanza psichica, di rappresentazione cosciente (quella che chiamiamo “coscienza”). La questione centrale è quindi capire quando emerge un’appercezione e cosa determini quest’emergenza. Se l’appercezione è determinata e dipende sicuramente dall’organismo (se noi umani appercepiamo l’onda e il suo rumore non possiamo dire lo stesso per un altro organismo, ad esempio una mosca), in particolare dalla struttura del nostro cervello in relazione con l’ambiente, per gli animali sociali e l’essere umano in particolare quest’appercezione dipende anche dalla cultura in cui s’inseriscono e dagli strumenti tecnici con cui sono in relazione. Le immagini che appercepisco sono quindi il frutto del mio apparato appercettivo, del mio cervello, in interazione però con gli altri corpi, con l’ambiente intorno, con la cultura di cui faccio parte, con i macchinari che ho a disposizione (Francisco Varela parlerebbe di “accoppiamenti”). Per dare un esempio di appercezione derivante dall’“accoppiamento” tra cervello umano e macchinari possiamo pensare agli ultrasuoni. Se un cane può appercepirli (averne cioè un’immagine auditiva), l’essere umano singolarmente non ne è in grado, a meno che non si attui, appunto, un meccanismo di “accoppiamento” tra il suo cervello e un macchinario che permette di far emergere questa nuova dimensione appercettiva. Un elemento centrale da sottolineare è che l’appercezione del singolo organismo è modificata e influenzata dal “lavoro di gruppo”. Più precisamente, se l’emergenza di un’immagine dipende in parte dalla struttura dell’organismo preso in considerazione, non si tratta in alcun modo di un fenomeno semplicemente “individuale” poiché esiste anche una dimensione appercettiva comune. Essa non esiste in sé come un super-organismo ma soltanto in quanto distribuita in ogni corpo (in quanto dinamica). Vi è quindi una doppia relazione: i corpi influenzano e partecipano alla creazione di questa dimensione appercettiva comune che a sua volta influenza e struttura i corpi che ne fanno parte e le loro appercezioni. Ogni corpo è quindi toccato da tutto ciò che entra in questa dimensione comune d’appercezione. Riprendendo il nostro discorso, quindi, oggi stiamo assistendo a un evento epocale e inedito. Per la prima volta, infatti, l’umanità intera produce un’immagine della minaccia (la appercepisce). L’emergenza di questa dimensione di appercezione comune non è dovuta solamente a un carattere intrinseco alla minaccia che stiamo vivendo (ad esempio alla mortalità del virus) ma anche al dispositivo disciplinare messo in atto dai governi di quasi tutto il mondo. Non è quindi la minaccia in sé che produce una dimensione di appercezione comune: tante altre minacce o disastri, come abbiamo spiegato parlando di Taranto, non sono state oggetto di questa dimensione comune. Ciò non significa (sempre) che quelle altre minacce fossero meno immediate o pericolose, né che non tangessero gran parte del pianeta. Il massacro dell’ecosistema, infatti, nelle sue varie forme, sta distruggendo il vivente (tutto) qui e ora, non domani o dopodomani. La minaccia ecologica, di cui fa parte tutta la serie di coronavirus degli ultimi 20 anni, corrispondeva però fino ad oggi a un pericolo non immediatamente appercettibile per la maggior parte delle persone, a qualcosa di cui la nostra coscienza poteva per lo più informarci. È esistita, ovviamente, una minoranza di persone che già appercepivano la minaccia (le vittime di questi disastri, parte della comunità scientifica, una parte importante delle giovani generazioni, figure-simbolo come Greta Thunberg e movimenti della società civile etc.) ma non erano presenti gli altri elementi necessari per far si che la percezione diffusa della maggior parte delle persone diventasse l’appercezione propria di queste minoranze. Come abbiamo anticipato, tra i vari elementi che hanno permesso l’emergenza della dimensione di appercezione comune di una minaccia immediata vi è il dispositivo disciplinare messo in atto dai governi. Se prima la minaccia veniva appercepita soltanto nel momento in cui il proprio corpo ne era affetto (nel caso dell’amianto, dell’inquinamento in alcune zone, delle diossine ecc.) e non esisteva alcuna dimensione appercettiva comune, ora la situazione è completamente diversa: anche se il mio organismo singolo non ne è direttamente affetto, l’esistenza di quella dimensione comune fa sì che ognuno appercepisca la minaccia. E’ quindi la prima volta che tutti quanti, in ogni parte del mondo, sperimentano corporalmente (e non solo coscientemente, basandosi su informazioni) la presenza di una minaccia immediata. Sia chiaro, sebbene il Covid-19 non circolasse tra gli umani prima di questi ultimi mesi, in realtà la minaccia e il disastro erano qui da tantissimo tempo (la loro origine è identificabile addirittura con l’inizio dell’epoca dell’Antropocene). La differenza, come abbiamo spiegato, risiede nel fatto che abbiamo a che fare con un disastro visibile per tutti quanti e appercepito da tutti quanti. Si tratta per noi di un evento storico irreversibile (o perlomeno, noi ci batteremo affinché lo diventi) che consiste nell’acquisizione per il senso comune (il senso propriamente affetto dalla dimensione appercettiva comune) della dimensione visibile della minaccia ecologica. Ritorneremo su questo punto per noi centrale.

3. Nell’orrore che stiamo vivendo e nella situazione complicata in cui siamo immersi, se facciamo lo sforzo di non rinunciare al pensiero, ci accorgeremo di come esista una sola cosa che possiamo sperimentare positivamente all’interno di questa crisi: la realtà dei legami che ci costituiscono. In maniera paradossale e quasi tragicomica, l’isolamento è stato necessario per spingere le persone a cercare e creare legami. È vero: l’isolamento e la promiscuità con se stessi possono mettere qualcuno di fronte al fatto di essere in pessimi rapporti con se stesso, ora che nell’interruzione della frenesia della vita quotidiana non ci si può più auto-evitare. Ma ciò che è fondamentale, secondo noi, è che, in questa situazione, ci rendiamo conto di essere degli esseri di legame, territorializzati, che non possono vivere esclusivamente in maniera virtuale mettendo da parte ogni elemento di corporeità. Milioni d’individui fanno inoltre oggi l’esperienza, nei loro corpi, che la vita non è qualcosa di strettamente personale. Nel mezzo della crisi, di una cosa siamo certi: nessuno si salva da solo. Quello che stanno sperimentando i nostri contemporanei è quindi la fragilità dei legami che ci costituiscono e che ci obbligano ad andare oltre l’illusione dell’individuo autonomo e serializzato. Ciò che stiamo capendo, è che non si tratta di essere forti o deboli, “loosers” o “winners” ma che esistiamo, tutti e tutte, nella forma di questa fragilità che ci permette di sentire e provare la nostra appartenenza al comune. La nostra vita individuale e singolare è solo un lato della medaglia; l’altro lato è il nostro essere tessuti nella e dalla fragilità dei legami e del comune di cui facciamo parte. Obbligati all’isolamento, ci accorgiamo quindi di appartenere al comune, di essere attraversati da molteplici legami e di non corrispondere in alcun modo al disegno thatcheriano secondo cui “La società non esiste. Tutto ciò che esiste sono degli individui uomini e donne e le loro famiglie”. In realtà, ciò che ci permette di agire in questa situazione è proprio il desiderio di legami, non la minaccia. Se la minaccia è la situazione, il desiderio di legami è il motore che ci fa agire all’interno di essa. Posso soffrire dell’appartenenza al comune, pensare di rifiutarla cercando di rinchiudermi nella mia vita individuale e privata. Ma più rifiuto la realtà, protestando o deprimendomi, più mi vedo come individuo singolo e isolato, meno esisto. È il desiderio di legami, che è in fondo desiderio del comune, a illuminare con gioia l’oscurità in cui ci troviamo. Realizzare di appartenere a e desiderare il comune permette di spostare il nord della bussola: non più me stesso e la mia vita singola ma ciò in cui e grazie a cui la mia vita acquista senso. Non basta limitarsi a queste considerazioni da riprendere “in futuro”, poiché riteniamo fondamentale pensare e sperimentare qui e ora, in un periodo di legami quasi necessariamente virtuali (a parte i sempre più numerosi esempi di solidarietà “fisica”, come ad esempio le “Brigate volontarie per l’emergenza” a Milano), quali siano i limiti del virtuale, cosa non è possibile sperimentare tramite Skype e qual è, in fondo, la singolarità propria dei nostri corpi e delle loro esperienze.

4. La finestra che si è aperta, però, non s’affaccia solo su nuove possibilità di agire in maniera positiva. L’esperienza che stiamo vivendo offre al biopotere in atto un esempio senza precedenti: assistiamo alla possibilità di disciplinare interi paesi, interi continenti, testimoniando tra l’altro, molto spesso, del desiderio stesso delle persone di farsi disciplinare per sopravvivere alla minaccia immediata. L’esperimento di nuove forme di controllo darà margine al biopotere per ampliare e rafforzare il suo raggio d’azione, anche perché non sarà difficile trovare nuove minacce o nuove emergenze per giustificare le pratiche di controllo sperimentate attualmente. Per la prima volta dopo tantissimo tempo, come abbiamo già spiegato, ci siamo trovati ad affrontare una minaccia chiara, cristallizzata, immediata. Così immediata da permettere al potere di parlare, in maniera furba e villana, di guerra. A ciò vogliamo rispondere che non abbiamo nessun bisogno di guerra, né della mentalità virile e conquistatrice che la dichiara con convinzione, ben espressa dal discorso del Presidente Macron alla nazione (e quel “nous sommes en guerre” ripetuto allo sfinimento). Questa mentalità è parte del problema: il nostro obiettivo non è vincere una guerra ma dirigerci verso un’armonia più fragile che comporti un cambiamento nella maniera di abitare il nostro mondo e relazionarsi con le altre specie. Terminata la pandemia, il potere potrà dichiarare di aver vinto la guerra che aveva iniziato. Come dopo ogni guerra, facendo appello alla situazione di emergenza e di crisi che vivremo, esso potrà chiedere un sacrificio in più alle popolazioni. Non è il tempo di pensare, né di protestare e chiedere dei cambiamenti della struttura sociale (dei miglioramenti, ad esempio, dei sistemi di sanità): è il tempo di mettersi al lavoro per rimediare ai danni della crisi e farlo senza aprire bocca. La narrativa che sarà proposta è quella di un semplice intoppo a cui bisognerà rispondere con ancora più veemenza implementando le pratiche neo-liberiste che hanno contribuito, in realtà, a creare la pandemia (e a indebolire le strutture sociali, di cui i sistemi sanitari fanno parte, che in primis devono combatterla). Bisogna infatti ricordarlo: non si tratta di un incidente. La distruzione dei nostri ecosistemi, la promiscuità inedita tra specie animali sia nelle città che negli ambienti naturali (nessuno dubita del fatto che il virus sia stato trasmesso, in ambiente urbano, dagli animali agli umani), la deforestazione, ossia la distruzione di una barriera possibile di contenimento del virus, et alia, sono tutti elementi che hanno contribuito in maniera drammatica all’origine e alla propagazione di questa pandemia, e continueranno a farlo in futuro con altre pandemie. Soprattutto se gli (ir)responsabili al governo del pianeta, per lo meno quelli tra loro che sono adepti del neoliberismo, continueranno a pensare in termini di guerra da vincere implementando le pratiche assassine che hanno portato avanti negli ultimi decenni, e rinunciando a trovare un’altra armonia possibile. Qualunque sarà la reazione dei governi, una cosa è certa: una nuova dimensione è emersa e si è aggiunta al senso comune (alla dimensione comune d’appercezione). Le realtà di cui abbiamo parlato (legate alla distruzione dei nostri ecosistemi o in ogni caso all’interferenza dannosa delle attività umane), il fatto di aver considerato per troppo tempo l’essere umano come il solo soggetto della storia e la natura come suo oggetto separato, da dominare e padroneggiare (secondo la formula cartesiana) sono emerse finalmente come appercepite nella loro pericolosità. Siamo coscienti che non possiamo semplicemente basarci su queste realtà, anche se appercepite, sostenendo il loro carattere di “fatti” oggettivi. Crediamo, infatti, che ogni “fatto” crei un’asimmetria che ci convoca per dargli senso, interpretarlo. Non esistono fatti neutri che esprimono un significato in sé senza essere integrati in un qualsiasi sistema di credenze, convinzioni, opinioni perché sappiamo, come diceva Proust, che “i fatti non penetrano mai il mondo in cui vivono le nostre credenze”. La scienza, quando esercitata seriamente, ha a che fare con dei fatti e dei problemi specifici ma le maniere e le forme di trattarli, di integrarli dentro a un sistema e di interpretarli arrivano da una dimensione altra, esteriore alla scienza, da una dimensione più profonda e complessa, che ha a che vedere con il senso comune, l’esperienza sociale e così via. La scienza non ha come funzione quella di produrre delle narrazioni e degli immaginari per incorporare i fatti e dargli un senso. La realtà di cui abbiamo parlato, questi “fatti”, entrano quindi in relazione conflittuale con la dimensione del senso comune, la dimensione vicina al corpo e alle credenze, e sta a noi dargli il significato adatto, senza abbandonarci all’idea sempre più accettata di una tecnocrazia necessaria a un mondo troppo “complesso” in cui ci sarebbe spazio soltanto per il cosiddetto “pensiero critico” da seguire: gli scienziati sanno (basandosi sui fatti), i politici fanno rispettare e gli altri obbediscono. Crediamo, infatti, che esista un rapporto di conflittualità più sfumato tra la dimensione del senso comune e quella del pensiero critico (di cui fa parte il pensiero scientifico): di certo il suo ruolo non consiste nel sistematizzare il senso comune e ordinarlo, quanto nell’aggiungere delle dimensioni di significato che possono in seguito diventare maggioritarie ed egemoni. Sembra invece che oramai, in uno scenario da Repubblica platonica, se non si è epidemiologhi non si possa argomentare, interpretare, partecipare alle discussioni e quindi, in qualche modo, alle decisioni. Spesso, pare non si meriti nemmeno di essere ben informati, resi consapevoli e partecipi ma solo di essere spaventati e costretti a obbedire tacitamente. O si è al livello dei “consiglieri del Re” o è meglio tacere: ma sappiamo bene che il Re non è altro che un segmento di una situazione dalle molteplici variabili, un multiplo tra i multipli. La nuova situazione cui partecipiamo ci convoca quindi per renderla irreversibile, per far sì che la crisi non si concluda tra gli applausi di sollievo per aver vinto una “guerra”. Quest’evento storico ci apre la porta per produrre immagini appercettive dei diversi disastri ecologici: sta a noi pensare e agire affinché essa venga imboccata in maniera irreversibile. Non sappiamo cosa ci riservi il domani e non abbiamo alcuna pretesa di prevederlo. Sappiamo però che le forze reazionarie di tutto il mondo saranno pronte ad approfittarne, come abbiamo pocanzi scritto. Da una parte, alimentando i dispositivi di controllo e di esercizio del biopotere e implementando le politiche neoliberiste; dall’altra, spingendo per un ritorno alla normalità, facendo leva sul desiderio di dimenticare più che su quello di cambiamento. Sta a noi quindi, fin da subito, continuare a pensare a nuovi modi di agire e di vivere nel nostro pianeta, ad altre modalità di sviluppo e crescita possibili e ragionevoli. Lo ripetiamo: non si tratta in alcun modo di aspettare la fine della minaccia per iniziare ad agire né pensare adesso a cosa potremmo fare “dopo la crisi”. Pertanto, nel cuore di una situazione oscura e minacciosa, abbiamo il dovere di assumere la realtà che ci si presenta dinanzi, senza aspettare saggiamente che “prima o poi passi” ma preparando già da ora le condizioni e i legami che ci permettano di resistere all’avanzata del biopotere e del controllo. Questa situazione di crisi non deve condurci a un’ancora maggior delega della nostra responsabilità. Avremo infatti visto come i “grandi di questo mondo” (questi nani morali), parlandoci di guerra, vogliono ancora una volta ridurci a soldati carne da macello. Solo una chiara opposizione al mondo neoliberale della finanza e del puro profitto, solo una rivendicazione dei corpi reali non sottomessi al puro virtuale del mondo algoritmico può essere oggi il nostro obiettivo.

Pour le “Collectif Malgré Tout” France: Miguel Benasayag, Bastien Cany, Angélique Del Rey, Teodoro Cohen Per il “Collettivo Malgrado Tutto” Italia: Roberta Padovano, Mary Nicotra  

from Paul Cottington aka DJ Pablo

Most folks know that for my “job” i deal with the environment and agriculture. So everything land and countryside and lots to do with water bodies/ courses and soils and carbon etc etc.

Anyway, my vibe on where things are at (for right or wrong) is…

The environment is going onto a dialysis machine.

The current 4th IR(tech, internet of things, data etc) is such that we now have the tools to know how everything is fairing. We also know what we had. We also have some understanding of what might be needed. We are also starting to understand how complex and interrelated it is. It is also highly dynamic and involves many different parties and interests and values etc.

So why write this? Well, it is all a bit of a mess tbh on so many levels (regs, climate change, markets, biodiversity, food security etc etc etc((ad infinitum))) but also there is a lot of positive. We can create solutions and i believe there is a role for tech and new ways of doing things. But the take-home is. The earth is on a dialysis machine. As such we will watch the numbers roll in and we will need to learn how to take action in a positive way. We need to do this without blame and shame. We will need to balance this with our other human needs and ambitions. I have never believed in a “right” way. So much is context and privilege. It is also balance, coherence and agility. As such we have a very changed world that we need to learn to love and live with in a different way.

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